
Il progetto Blue Forest, promosso da One Ocean Foundation con il supporto di NIVEA e il contributo scientifico della Stazione Zoologica Anton Dohrn (SZN) e il Consorzio Torre Guaceto, entra nel vivo con i primi risultati concreti e una metodologia innovativa per il restauro delle praterie di Posidonia oceanica.
L’obiettivo del progetto è ambizioso: ripristinare l’habitat formato dalle praterie di Posidonia oceanica, vere e proprie foreste blu che catturano CO₂, producono ossigeno, proteggono dall’erosione e offrono rifugio a centinaia di specie marine.
Dopo una prima fase di ricerca e pianificazione, nel corso del 2025 il team scientifico e i partner locali hanno dato il via al primo intervento pilota di restauro ecologico nell’Area Marina Protetta di Torre Guaceto. Qui, grazie al coinvolgimento attivo della comunità e di numerosi volontari, sono stati raccolti, allevati e trapiantati i primi germogli di Posidonia oceanica.
Una tecnica a impatto zero
Il progetto Blue Forest ha scelto un approccio sostenibile e innovativo, basato sulla riforestazione tramite plantule ottenute da semi spiaggiati lungo il litorale.
La tecnica è stata parzialmente sperimentata in precedenza dai ricercatori della SZN ed è in corso di sperimentazione nell’ambito dello Spoke 2 del National Biodiversity Future Centre (NBFC).
A seguito della massiva fioritura delle praterie avvenuta la scorsa primavera, il materiale spiaggiato, le cosiddette “olive di mare”, è stato raccolto da personale formato e dalla rete di volontari del Parco, creando un modello virtuoso di citizen science che unisce ricerca e educazione ambientale.
I frutti e semi raccolti sono stati poi trasferiti in una grande vasca del Centro Recupero Tartarughe Marine del Parco, adibita a vasca di stabulazione, ricrando condizioni ideali di temperatura, salinità e luce per la crescita.
La germinazione avvenuta durante i mesi estivi ha prodotto oltre 1.000 germogli in buono stato di salute. Questi sono stati fissati su speciali supporti in travertino, progettati da realtà locali, per favorire l’adesione delle radici e garantire stabilità sul fondale. Questa tecnica sfrutta la proprietà della pianta di “incastrare” naturalmente le proprie radici nella pietra attraverso un meccanismo di adesione micromeccanica, senza l’uso di materiali artificiali o dispositivi di ancoraggio.
I primi trapianti e il monitoraggio
Nel mese di settembre 2025 sono iniziate le prime operazioni di trapianto in mare in aree all’interno della riserva identificate come idonee e caratterizzate da un fondale a matte morta, il substrato ideale per gli interventi di riforestazione.
Il disegno sperimentale prevede di confrontare il tasso di attecchimento, sopravvivenza e accrescimento delle plantule su diverse tipologie di ancoraggio e a diverse profondità. Questo verrà valutato nelle fasi di monitoraggio dei siti, che avverranno nei mesi successivi alla conclusione del trapianto.
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