
El Niño è un fenomeno climatico naturale che influenza le temperature degli oceani, le precipitazioni e gli eventi meteorologici estremi in diverse aree del pianeta. Nel 2026, il fenomeno sta acquistando un'intensità eccezionale, con possibili conseguenze sugli ecosistemi marini, sulle barriere coralline e sulle ondate di calore marine. Ma che cos'è El Niño, perché si sta rafforzando e quali effetti può avere sul Mediterraneo? Ecco cosa sapere sul legame tra El Niño, oceano e cambiamento climatico.
Che cos'è El Niño
El Niño è la fase calda dell'ENSO (El Niño-Southern Oscillation), un'oscillazione naturale che coinvolge oceano e atmosfera nel Pacifico tropicale. In condizioni normali, i venti alisei spingono le acque superficiali calde verso ovest, verso l'Indonesia e l'Australia, mentre lungo le coste del Sudamerica risalgono acque profonde, fredde e ricche di nutrienti. Durante El Niño gli alisei si indeboliscono, il calore si sposta verso est e il Pacifico centro-orientale si riscalda in modo anomalo.
L'atmosfera risponde: cambiano la convezione, le piogge e le grandi correnti d'aria che collegano regioni lontanissime tra loro. Il fenomeno non è nuovo. Secondo l'Organizzazione meteorologica mondiale (WMO), gli eventi El Niño si presentano in genere ogni due-sette anni e durano di solito tra i nove e i dodici mesi. Quello che rende speciale il 2026 è l'intensità.
Che cosa succede all'oceano
Per capire l'impatto di El Niño bisogna ricordare che l'oceano assorbe oltre il 90% del calore in eccesso prodotto dai gas serra. El Niño non crea questo calore, ma lo redistribuisce e lo rende visibile in superficie, sommandosi al riscaldamento di fondo. El Niño ha accentuato l'aumento di breve periodo, ma il riscaldamento di lungo termine resta dovuto all'attività umana.
Le conseguenze per gli ecosistemi marini sono ben documentate. Il climatologo della NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration Home) Dillon Amaya spiega che El Niño tende a innescare periodi intensi ed estesi di riscaldamento estremo, le ondate di calore marine, con effetti a cascata: coralli sbiancati, fioriture algali dannose, alghe decimate e più spiaggiamenti di mammiferi marini. A risentirne sono anche le attività di pesca: lungo le coste del Pacifico orientale, l'indebolimento della risalita di acque fredde riduce i nutrienti e la disponibilità di pesce. Nelle isole del Pacifico e dell'Oceano Indiano i servizi meteorologici avvertono che le ondate di calore minacciano le barriere coralline e possono cambiare distribuzione e disponibilità delle specie pescate. Per esempio, il servizio meteorologico delle Maldive indica proprio ondate di calore marine e scogliere coralline tra gli impatti principali.
Il legame tra El Niño e sbiancamento è anche oggetto di ricerca recente. Uno studio presentato all'EGU General Assembly 2026 sulle isole Andamane e Nicobare ha trovato una forte relazione tra ondate di calore marine di alta intensità e sbiancamento diffuso negli anni di forte El Niño, indicando che valori di stress termico superiori a 4 °C-settimane sono il miglior predittore di sbiancamento severo.
Come cambierà l'autunno: El Niño verso livelli record
La traiettoria di questo evento è stata rapida. A marzo la NOAA parlava di una probabilità su tre di un El Niño forte per ottobre-dicembre. A luglio le probabilità di un evento "molto forte" erano già salite dal 63% all'81% in un solo mese. Nell'aggiornamento del 10 settembre, la NOAA segnalava che El Niño continua a rafforzarsi, con oltre il 90% di probabilità di un evento molto forte nell'autunno-inverno boreale 2026-27.
Secondo l’ultimo aggiornamento della World Meteorological Organization (WMO), pubblicato l’8 ottobre 2026, El Niño sta continuando a rafforzarsi rapidamente e potrebbe diventare uno degli episodi più intensi mai registrati dal 1950. Le temperature superficiali del Pacifico tropicale centrale e orientale sono previste raggiungere, tra ottobre e dicembre, un’anomalia di circa +3,7 °C rispetto alla media, superando il precedente record di +2,6 °C registrato tra novembre 2015 e gennaio 2016. L’evento dovrebbe raggiungere il suo picco a dicembre e c’è una probabilità prossima al 100% che El Niño persista fino a febbraio 2027. Il dato è particolarmente significativo perché il fenomeno si sta sviluppando in un oceano già eccezionalmente caldo. Agosto 2026 ha registrato la temperatura media globale dell’oceano più alta mai osservata.
El Niño non aggiunge nuovo calore al sistema climatico, ma redistribuisce verso la superficie parte del calore già immagazzinato dall’oceano. Un evento di questa intensità può quindi amplificare gli estremi di temperatura e alterare i regimi delle precipitazioni in diverse aree del pianeta, aumentando il rischio di siccità, alluvioni e ondate di calore.
Mediterraneo e El Niño: un effetto indiretto, su un mare già sotto stress
A differenza di quanto accade nel Pacifico, il Mediterraneo non subisce El Niño in modo diretto: l'Europa ne è influenzata soprattutto per vie indirette, e il fenomeno potrebbe contribuire a un autunno più mite e a un inverno 2026-27 con meno irruzioni fredde nell'Europa meridionale. Anche la WMO sottolinea che per l'Europa la fiducia nelle previsioni è inferiore rispetto a molte altre regioni. Gli effetti più evidenti sono attesi con ritardo, dal prossimo inverno e in vista dell'estate 2027.
Il dato più rilevante per il mare è che El Niño arriva su un bacino già in forte anomalia. Secondo Copernicus, a fine giugno la temperatura superficiale ha raggiunto anomalie di circa 6 °C sopra la media nel Mediterraneo occidentale, in particolare nei mari Ligure e Tirreno. Nei primi sei mesi del 2026 le ondate di calore marine hanno interessato il 98% della superficie del bacino, e giugno ha fatto registrare una temperatura media superficiale record di 24,3 °C. A luglio il Servizio per il cambiamento climatico di Copernicus (C3S) ha segnalato valori record per il mese nel Mediterraneo occidentale e lungo la costa atlantica, con ondate di calore marine di intensità forte o grave.
I bollettini collegano il rafforzamento di El Niño alle temperature eccezionali del Pacifico equatoriale, non a questi record mediterranei, che si inseriscono in una tendenza di fondo legata al cambiamento climatico. Il rischio è che El Niño si sommi a questa tendenza: Copernicus avverte che nei prossimi mesi potrebbero essere superati ulteriori record. Le conseguenze riguardano specie, praterie di Posidonia oceanica e attività di pesca, già sotto pressione, e confermano l'importanza di monitoraggio e protezione degli habitat costieri.
El Niño ricorda quanto clima, oceano e società siano connessi. Un'ondata di calore marina può colpire una barriera corallina, una filiera ittica o un'area costiera a migliaia di chilometri dal punto in cui il fenomeno nasce. Seguire i dati, sostenere la ricerca e proteggere gli ecosistemi che offrono resilienza (barriere, mangrovie, praterie di fanerogame) è il modo più concreto per attutire l'impatto.


